
Giunto alla sua XIII edizione, anche quest’anno StranArte celebra l’arte come linguaggio universale, comune e condiviso, portando in scena il risultato dei percorsi artistici manuali, teatrali e musicali intrapresi quest’anno all’interno dei servizi alla Disabilità di Stranaidea in collaborazione con Sbalzi.
In questa occasione, Stranarte si è trasformata in un Hotel Horror Show e ha seguito il viaggio del noto critico Raimondo Barbieri per recensire gli hotel più inquietanti di sempre, giudicando le location, i servizi e gli avventori che potessero regalargli le peggiori esperienze da brivido.
StranArte è il momento in cui mesi di lavoro finiscono sotto i riflettori.
Quello che il pubblico vede è uno spettacolo di teatro e danza. Quello che noi vediamo sono mesi passati a costruire roba.
La particolarità, poi, è che molte delle persone che saliranno sul palco sono le stesse che hanno contribuito a realizzare scenografie, oggetti di scena e costumi. In pratica,
oltre a dover ricordare battute, movimenti e coreografie, si sono anche costruite il mondo attorno.
Dove il pubblico vede una bara di cartone, noi vediamo ore di lavoro, pezzi tagliati storti, imprecazioni, misure prese a caso, modifiche dell’ultimo minuto, materiale sparso sui tavoli, pallini di polistirolo in ogni dove, le prove fallite, gli oggetti smontati e rifatti ventinove volte e quelle idee che nella mente sembravano geniali ma che nella realtà assomigliavano a un incidente in galleria.
Ma, soprattutto: dita incollate con la colla a caldo.
Le mie, non vi agitate.
Costruire scenografie con decine di persone significa mettere insieme abilità diverse, caratteri diversi e modi diversi di lavorare. C’è chi è precisissimo e quindi ci mette sei giorni lavorativi ad attaccare un bottone. Chi ha sempre un’idea, spesso del cazzo assurda. Chi ha una pazienza infinita (non io). C’è THANOS, il distruttore di mondi, che ha due mani sinistre e ci ricorda che gli oggetti cadono se li appoggi sul bordo del tavolo o se ci cammini sopra. Per dire.
A forza di costruire mostri, bare, elementi scenici e oggetti improbabili, tutta quella roba smette di essere cartone, stoffa, rumenta e colla e diventa qualcosa che appartiene a chi l’ha realizzata.
Per questo, quando si alzerà il sipario, noi non vedremo soltanto delle scenografie, ma anche tutte le persone che le hanno costruite e le impronte e i pezzi di loro stessi che vi hanno lasciato sopra.
E non parlo solo delle mie dita.
Un ringraziamento speciale ai volontari europei Flora e Gergo e alla civilista Eleonora, alle colleghe e ai colleghi Elena Loforte, Cristiano Bergomi, Federica Rosin e ai tirocinanti Fernanda e Gabriele per l’essenziale aiuto ed il prezioso, mai scontato lavoro.
Simona Barone – Educatrice di Artemista e Casa di Zenzero


























