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Dott.ssa Teresa Legato e Dott. Davide Bonarrigo, ConTatto

Serena è una ragazza di quindici anni.

Le tapparelle della sua camera sono abbassate e nonostante siano le tre del pomeriggio è ancora in pigiama; l’unica luce che proviene dalla sua stanza è quella dello schermo del computer e da un po’ passa la maggior parte del tempo da sola.

Tuttavia, vede molte persone, va a scuola, viene interrogata, fa danza e ha da poco festeggiato il suo compleanno. A quest’ultimo si sono connessi in molti, ma nonostante questo, un profondo senso di solitudine l’ha accompagnata per tutto il tempo. Serena si interroga spesso sul suo futuro, fa domande che hanno interlocutori muti e vede la sua camera come unico luogo sicuro.

Questa condizione che potrebbe essere la descrizione del contesto pandemico che ci ha caratterizzato in quest’ultimo anno, narra invece della situazione odierna di Serena, ancora lì, in quella stanza, ormai da diversi mesi, nonostante una ripresa che seppur lenta, ci vede tutti nuovamente popolare i nostri luoghi. A scuola il suo banco è vuoto e la sua assenza è stata difficile da connotare e riconoscere per i suoi genitori, i suoi insegnanti e i suoi amici.

Il ritiro di Serena è avvenuto gradualmente.

Serena ha l’impressione di non crescere, a volte si sente molto infelice, sta perdendo lentamente le sue amicizie, è insicura, talvolta molto aggressiva verso i suoi genitori, dorme di giorno e sta sveglia tutta la notte e ha ormai sostituito i rapporti sociali diretti con quelli virtuali. Purtroppo però, non è la sola e per le caratteristiche di ciò che la sta attraversando potrebbe essere connotata all’interno di un fenomeno ad oggi poco conosciuto, seppur piuttosto diffuso.

Il suo nome è hikikomori. Il termine significa “stare in disparte”, “isolarsi” ed è stato coniato in Giappone dalla seconda metà degli anni ottanta in seguito al rapido diffondersi di giovani con tale sintomatologia; tuttavia oggi si connota come un fenomeno sociale e non una sindrome, che vede le sue cause ancora oggetto di studio. Le caratteristiche si avvicinano a quelle del ritiro sociale, ma spesso vi si aggiungono condizioni di forte disagio all’interno del contesto familiare o scolastico, aspetti narcisistici degli stessi adolescenti in difficoltà nell’affrontare i cambiamenti delle loro tappe evolutive confrontandosi con la società adulta o caratteristiche legate al proprio temperamento.

Il nostro intervento di peer education.

L’intervento da noi condotto come azione di peer education, ha coinvolto alunni delle classi terze dei Liceo Domenico Berti e Aldo Passoni di Torino ed ha previsto due momenti: nel primo lo scopo è stato quello di formare i peer in relazione alle caratteristiche e lo sviluppo del fenomeno hikikomori; il secondo ha coinvolto direttamente i partecipanti nella costruzione di un prodotto con un obiettivo di diffusione diretta ai loro pari, teso alla sensibilizzazione. Nel corso degli incontri l’intermittenza tra “la presenza” e la “distanza” è stata la prima grande sfida.

Da un lato le fotocamere che mostrano volti senza corpo, dove è difficile conquistarsi spazi personali in rettangoli per tutti uguali, tentati dal desiderio di “nascondersi”, confusi e distratti dal luogo circostante. Dall’altro i DPI che “in presenza” ci hanno mostrato volti parziali, dove talvolta l’Altro diveniva elemento spiazzante e disturbante in conseguenza della disabitudine all’incontro. E poi, di nuovo alla prova nell’alternanza delle due modalità, in cui la dimensione familiare appena recuperata diveniva nuovamente manchevole, mostrando un continuo ri-conoscimento nello stare-con.

La seconda delle sfide: il tema.

E siamo qui dunque, a sottolineare il coraggio di questi oggi peer educator, nel parlare di solitudine in un momento di solitudine, a contatto con le proprie parti hikikomori, nella fatica di andare “oltre la soglia” di questo tempo strano e farsi domande su quel banco vuoto.

Non semplice anche per noi tenere insieme questa complessità e di fronte ad un’altra sfida determinata dal nostro ruolo psico-educativo: assumere, in questo tempo di fobia sociale, una nuova responsabilità, divenendo ordinatori delle sensazioni, delle emozioni e dei pensieri dei ragazzi e accompagnandoli a darvi un senso per creare una nuova socialità.

Sulle nostre strutture ci possiamo appoggiare solo un po’ e intanto, trovare nuovi sviluppi e nuovi appoggi; perché #andràtuttobene possa non essere solo uno slogan, ma un nuovo territorio sicuro in cui riscoprire, autenticamente, il desiderio dell’incontro.

Da dove iniziare? Appena oltre la soglia.

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